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6 mars 2021 6 06 /03 /mars /2021 20:10

 

Draghi, il Principe all’inizio

degli anni ’20

INVIATO DA CAMBIAILMONDO 06/03/2021  

di Rodolfo Ricci

 

Le élites, non sono necessariamente di destra o di sinistra. L’importante è che stiano sopra. Stando in alto possono mediamente osservare con imparzialità ideologica da che parte conviene pendere. La funzione delle élites è quella di riprodurre se stesse, cioè di riconfermare la dimensione sintetica dell’Alto e quella del Basso. E di proiettarla in avanti nel tempo con strumenti di diversa natura, nonché variabili rispetto ai mutevoli contesti; per questa proiezione sono preferibili strumenti egemonici, fondati su qualità riconosciute o riconoscibili, per esempio sull’autorevolezza, piuttosto che quelli quantitativi (forza, denaro, ecc.) o normativi o prescrittivi, che costituiscono sempre possibilità di ultima istanza.

 

L’egemonia della scolastica capitalistica è stata fondamentalmente il denaro e il suo gioco infinito di accumulazione inteso come grazia che designa i suoi possessori e interpreti; non è detto che esso debba continuare ad essere il mezzo preferibile in un contesto oscillante e declinante di sistema. Alla fine, ciò che le élites debbono preservare è la dimensione di potere e di dominio, non lo strumento che ad esse serve per raggiungerlo.

Un concetto più interessante, da questo punto di vista, perché ancora più neutro e naturale, è quello della “competenza”, che rimanda all’antica qualità sciamanica di intercettare le forze superiori. Nella sua versione laica, legata alla scienza e alla sua manipolazione, si tratta di un concetto scalabile, a prima vista, non legato per forza alla finanza, né all’appartenenza a uno specifico settore sociale o confraternita, quindi non appare attaccabile, se non in seconda istanza, come “di parte”.

Per la quarta volta in 30 anni, in Italia, è questo concetto che viene recuperato e rinverdito alla pubblica opinione come quello decisivo: Ciampi, Dini, Monti, Draghi. Ma anche le due parentesi di centrosinistra, con Prodi hanno avuto a che fare con questa narrazione.

Oltre alle specifiche debolezze italiane che l’hanno prodotta, queste insorgenze ripetute di un medesimo esito, indicano forse un difetto generale delle democrazie parlamentari nella loro velocità di risposta alle mutevoli e sempre più rapide sollecitazioni di un sistema in crisi: le democrazie presidenziali sembrano avere maggiori chances. In esse è più facile e immediato sintonizzarsi sulla narrazione del “comandante in capo”, qualcosa che somiglia alla neutra figura del manager in ambito privato: colui che essenzialmente “gestisce”, prova a mettere perennemente in riequilibrio le diverse variabili; la sua invenzione costituì una delle innovazioni decisive della trasformazione dell’impresa in compagnia di investitori accomunati dall’esigenza di far fruttare al meglio i reciproci investimenti o almeno di salvaguardarne il valore nel mare tempestoso del mercato. Ma essa si è trasferita successivamente ad altre entità giuridiche: generalmente il manager è qualcuno che dirige un sistema organizzato in una situazione che non prevede cambiamenti sostanziali. E’ la figura che amministra al meglio l’esistente e non si pone altri problemi.

Tornando alla dimensione politica, questa figura si traduce essenzialmente in “principe”, nel senso che gli attribuì Machiavelli; dotato di qualsivoglia appellativo tecnico in grado di tenere insieme gli interessi contrapposti e mirando alla salvaguardia del sistema così com’esso è, almeno nei suoi caratteri basilari ed essenziali.

SUITE SUR CE LIEN :

https://cambiailmondo.org/2021/03/06/draghi-il-principe-allinizio-degli-anni-20/

 

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